ESPERIENZE RETICOLARI… DI VITA

di Loredana Porcella

Intervista all’Architetto Rocco Fortunato, nato a Roma nel 1963. Con I Miss Daisy ha pubblicato il 33 giri Pizza Connection; con Fazi Ed. sarà di prossima pubblicazione il romanzo I RENI DI MICK JAGGER, di cui Day Hospital è un estratto già presente nel 1° numero della rivista ELLIOT, narrazione trimestrale di scrittura ed immagine edito da Bomaye.

D. Che cosa è per te un classico e quanto è importante leggere i classici?

R. Leggere i classici è importante non in quanto classici ma perché fanno parte di tutto quello che c’è da leggere e subiscono per il mio modo di vedere, per il mio modo di essere la stessa sorte dei non classici, nel senso che alcuni mi piacciono e li leggo , e altri che non mi piacciono e li scorro quel tanto che mi fa capire che mi romperanno a morte…, stessa sorte per i non classici. Quindi cosa è un classico: addentrarsi nelle definizioni è utile perché aiuta a ribadire certi concetti , fa chiarezza, ma non mi sento di dare una definizione; ciò che mi viene in mente è che forse il mezzo per presentarli, il contenitore in cui sono contenuti è sbagliato. Andare nelle biblioteche e leggersi dei volumi era una rottura di…., quindi un ragazzino non se li va a leggere. Magari ci sono libri bellissimi ai quali non hai la curiosità di accedere , non saprai mai quanto sono belli. 

D. Come nasce, secondo te, il desiderio di conoscere?

R. Più che un accento su cosa è di qualità e cosa non lo è quindi la capacità critica di scelta, quello è un fatto personale che si sviluppa solo in un modo: nessuno ti può insegnare a dire che Manzoni, I Promessi Sposi , è un romanzo fantastico e che leggere Alan Ford è da decelebrati. Tu sviluppi la capacità critica solo se conosci, tu puoi giudicare il mondo e guardare dentro di te cosa ti emoziona , cosa non ti emoziona solo quando abbiamo una visione completa del mondo, allora il problema è: come avere questa visione completa del mondo, quì è il nodo fondamentale.E’ un problema di comunicazione. Qualità e quantità della comunicazione 

D. Quali sono stati i momenti significativi della tua esperienza intellettuale mettendo in evidenza non solo l’esperienza ma anche l’esplorazione dell’impero dei segni e dei sensi?

R. Finalmente si è capito che superati i problemi di quantità della comunicazione che erano relativamente facili da superare, il fatto di internet, della multimedialità risolve il problema della quantità, la tecnologia questo fà: prima dieci persone si potevano comprare il classico ora lo trovi pure su internet e te lo leggi tranquillamente a costi accessibili, almeno nei paesi industrializzati. Il problema della qualità non è così facile da risolvere perché non dipende dalla tecnologia ma dalla conoscenza del mondo quella che fa la qualità di ciascuno di noi e può essere più o meno profonda, usata a fin di bene, a fin di male, il problema è sempre qualitativo. La mia esperienza di lettore è iniziata abbastanza precocemente, ho imparato a leggere intorno ai quattro anni, ricordo di aver avuto a disposizione una serie di libri, fra cui una enciclopedia , I Quindici, beh quei libri erano fantastici, azzeccati dal punto di vista editoriale perché comunicavano; c’erano appunto quindici volumi che parlavano di cose diverse e mi divertivo a leggerli, erano appunto libri per bambini, coprivano varie fasce di età e c’erano le immagini, le figure, che fanno parte del ritmo: fatto di testo e immagini avvincenti, che funzionava. Come fa ad entrare nel cervello e nell’anima delle persone un messaggio? Evidentemente la pagina solamente scritta ci costringe ad un approccio di natura differente che una pagina scitta che contiene anche delle immagini. Banalità? Si parte da queste per arrivare poi a scoprire un mondo che tanto banale e tanto semplice non è. Banale perché fa parte della vita quotidiana e dei meccanismi di apprendimento che poi ci consentono di dare qualità alla nostra vita; in questo senso banale perché di tutti, allora è banale, però è complicato, tanto è vero che sono state create università per capire quali sono i meccanismi e cercare di comunicare queste cose, banali, nel modo migliore possibile. Questo primo approccio stimolante emozionante ed emozionale mi ha consentito poi di affrontare anche la pagina che non conteneva figure. Quindi sono poi arrivato alla musica seguendo il filo rosso delle emozioni, con la mia voglia di comunicare ma sopratutto di nutrirmi di comunicazione, perché sono sempre stato avido di emozioni, dove le trovo me le prendo. L’effetto collaterale è poi che queste emozioni che mi arrivano creano necessariamente un feed-back, per cui io ho bisogno di esternarle, qualsiasi maniera mi va bene, non c’è grande differenza nelle scrivere una canzone oppure scivere un racconto o pensare a uno spazio costruito quindi fare architettura. Perché tutte queste cose mi permettono di provare ed esprimere emozioni. I linguaggi usati poi sono diversi e l’architettura il suo, la musica il suo, la parola scritta ne ha uno, la parola parlata ne ha un altro ancora. Quando sono stato invitato in libreria lo spettacolino richiedeva che io leggessi il testo; io l’ho cambiato completamente, ho usato un linguaggio diverso, pur avendo già fatto una scelta accurata di parole, sinonimi,di segni; ho sentito a pelle che dovevo farlo. L’attribuzione di senso era la stessa ma era importante produrre il meccanismo della narrazione che anche se fatta con le parole non si limita ad esse. Noi comunichiamo per condividere,questo desiderio di condivisione (leggi comunicazione) il fatto che poi la cultura alta, alla quale io do sinonimo di cultura elitaria, sia quello di condividere certe cose solamente per chiudersi in un recinto ristretto nel quale sentirsi parte di un mondo, per qualche motivo, a qualsiasi titolo previlegiato rispetto a una massa, non mi interessa; non è lì la comunicazione. Nel momento in cui io parlo di sentimenti, emozioni, di desiderio di condivisione il mio piacere più grande è quello che con più persone riesco a condividere le mie emozioni e più queste emozioni crescono, perché crescono al di fuori di me, al di fuori di un involucro per quanto tu voglia limitato ,che è la mia mente,che è la mia stessa persona. Chi fruisce suggerisce e influenza le scelte di chi lavora e l’arte del singolo cresce, può crescere a dismisura se l’artista è attento a ciò che gli torna indietro.

D. e R. In questo gioco di rimandi l’impegno individuale è quello di interrelare le forme di comunicazione. Le nuove tecnologie,la multimedialità assolutamente non preclude e non calpesta quelle che le hanno precedute. La postmodernità forse consiste proprio in questo: nella creazione di un ipertesto, non c’è più solo il testo scritto ma c’è l’immagine che lo accompagna, c’è la colonna sonora. In architettura è la somma dei segni , è il caos, altra parola magica, all’interno di questa navigazione nei vari spazi emotivi, emozionali che ci invitano a vivere la vita. Il caos non è da controllare, il caos è semplicemente da vivere. Non c’è espressione più azzeccata del navigare quando si fa riferimento a internet: io non devo controllare devo navigare; ho una miriade quasi all’infinito di posti in cui andare.

D. Parlando di comunicazione pubblicitaria quindi di estetica del messaggio pubblicitario elemento forte è quello rappresentato dal riuso, dal riciclaggio e dalle continue contaminazioni, quindi può essere usata come comunicazione ipertestuale come intreccio continuo di frammenti fino a diventare essa stessa arte.

R. Ho visto una mostra di pittura, fotografia, non so come si può definire, di David Bayrne il leader dei Talking Heads, famoso gruppo musicale, che oltre a fare dischi si esprime costruendo immagini; ha fatto dei quadri ispirandosi alla pubblicità, in cui ci sono i soggetti che non appartengono al mondo vero e proprio della pubblicità, guardando questi quadri hai proprio la sensazione del patto comunicativo.