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Introduzione
Il pacchetto formativo di Sociologia (Generale, Politica
e della Comunicazione) è stato concepito e strutturato da
Maria Luisa Maniscalco e da me come un percorso modulare, caratterizzato
da crescenti livelli di approfondimento e, soprattutto, da una metodologia
articolata e integrata. Abbiamo pianificato diversi livelli di coinvolgimento
e di ricerca degli studenti, che vanno dall’approccio generalista
alla materia, fino alle ricerche individuali e ai gruppi di lavoro
il cui obiettivo è produrre una performance sulla base del
lavoro sui testi. Quest’ultima modalità didattica è un vero e proprio
Role Playing, utilizzato in un contesto di innovazione
didattica e di ricerca sui modelli di apprendimento più efficaci
per la disciplina.
Abbiamo inserito il Role Playing come attività qualificante
del corso di Sociologia della Comunicazione,
tenendo conto delle sperimentazioni pregresse compiute con questa
tecnica, ma adattandola alle specifiche problematiche della comunicazione
umana. Il Role Playing sperimentabile nel corso di
Sociologia della Comunicazione ha una funzione
squisitamente comunicativa e non intende affrontare-risolvere problematiche
psichiche né di ruoli sociali. Le funzioni principali che assegnamo
a questo strumento, ai fini di un’adeguata assimilazione della materia,
sono sostanzialmente due, ma altre funzioni molto importanti (secondarie
solo relativamente alla disciplina) si sono imposte alla attenzione
nostra e degli studenti.
Il primo compito del Role Playing è quello di “costringere”
gli studenti ad una forma di apprendimento assolutamente nuova,
mai sperimentata, e per la quale non forniamo istruzioni. Non le
forniamo perché non le abbiamo: ogni gruppo di attori-registi impegnato
nel Role Playing sviluppa una propria attrezzatura
di tecniche e metodologie di lavoro che è assolutamente autonoma
e originale, e che scaturisce dal singolarissimo incontro di quelle
persone, con le qualità e le abilità che portano nel gruppo. La
diversità dell’apprendimento, naturalmente, sta nel fatto che i
testi scientifici su cui bisogna lavorare (testi d’esame, più altri
testi emersi dalla ricerca sul tema prescelto) vanno studiati non
per essere ripetuti al professore, ma per essere tradotti in una
sceneggiatura che sia coinvolgente e che possa essere apprezzata,
oltre che dal professore, anche dai colleghi di corso.
Il secondo obiettivo del Role Playing è quello di mettere
lo studente nella necessità di dar fondo alle proprie riserve di
creatività. La performance richiesta, infatti, lo obbliga
a inventarsi una forma di comunicazione che, salvaguardando la scientificità
dei testi, agganci il pubblico e agevoli il trasferimento dei contenuti
scientifici agli altri studenti del corso, che hanno letto altri
libri e fatto ricerca su altri temi. Impresa certamente non facile,
che viene accolta con entusiasmo da studenti di terzo, quarto anno,
abbastanza esperti ormai di “comunicazione accademica” e desiderosi
di sperimentare nuove metodologie. Nuove modalità di apprendimento
ed esplorazione di nuovi canali comunicativi sono i risultati di
questa tecnica, perfettamente in linea con i criteri più avanzati
dell’insegnamento della Sociologia (Ahlkvist, 1999). Per
sottolineare, tra l’altro, il legame dell’esperienza con il mondo
mediatico, simuliamo il set cinematografico o lo studio televisivo
filmando, per ora con strumentazioni casalinghe, tutte le performances.
I benefici del metodo, come accennavo,
superano di gran lunga questi rispettabilissimi risultati (che,
di per sé, basterebbero a giustificarlo): fedeli alle loro origini
catartiche, la drammaturgia e la messa in scena pongono in essere
molte interessanti alchimie, alcune percepibili chiaramente con
l’osservazione sociologica, altre ancora da esplorare sistematicamente.
Le riflessioni che seguono sono il frutto del dibattito sul Role
Playing svolto in aula dopo le rappresentazioni del maggio
2000.
Lo studente frequentante è di solito un utente atomizzato della struttura
formativa, il quale siede in un’aula accanto a colleghi dei quali,
per lo più, sa a mala pena il nome. Raramente si distingue nel gruppo
una coppia (non di tipo sentimentale, ma del tipo compagni-di-scuola-che-si-ritrovano-all’università),
assai più raramente si formano coppie o triadi di amici. Sociabilità
zero. Comunicazione meno di zero.
Il Role Playing scardina questi comportamenti consolidati,
operando un vero e proprio coup de thêatre
nel quieto svolgersi delle lezioni in aula: lo studente atomizzato
si ritrova improvvisamente inserito in un team che, sotto
la pressione dell’esame e dell’esonero, deve produrre in tempi relativamente
brevi un prodotto, che sarà valutato dal professore (si presume,
con criteri consueti) e dai colleghi di corso con criteri a tutti
ignoti, ma assimilabili a quelli del pubblico teatrale. Orrore e
spavento. Si crea una situazione critica, ma condivisa perché c’è
un superostacolo da superare e bisogna mettercela tutta per uscirne
vincenti: ragazzi coraggio, tiramioci su le maniche e spariamo fuori
il meglio di noi! E’ lo spirito del team, della squadra vincente.
A performance avvenuta, quando ci si è scoperti brillanti (benché
artigianali e improvvisati) sceneggiatori, attori, registi, suggeritori,
musicisti, trovarobe, ballerini, scenografi, costumisti e quant’altro,
la soddisfazione che gli studenti provano è fatta di molte consapevolezze,
che contemporaneamente si fanno spazio nella coscienza:
-
si è sperimentata la forza del gruppo: ora si sa,
con la certezza che dà il vissuto, che un gruppo è qualcosa di molto
potente, quando ha un obiettivo e le risorse per realizzarlo;
-
ci si è sentiti protagonisti, attori attivi di una
scena in cui spesso ci si sente passivi, incastrati in routines,
in meccanismi estranei: le persone, quando si percepiscono soggetti
e non oggetti, danno il meglio di sé;
-
si è compreso che i libri sono una cosa importante
(all’università, praticamente la cosa più importante) ma che l’esperienza
diretta lascia tracce indelebili, incancellabili: quel libro fra
due anni l’avrò scordato, ma il personaggio che ho fatto vivere
dentro di me non lo dimenticherò mai;
-
si è sperimentata la forza dell’ermeneutica, perché
sul testo d’esame (che di solito non si discute e la cui validità
è data per scontata) si è dovuto fare un lavoro d’interpretazione
e di traduzione: è stato fatto proprio e ci si è anche tuffati nella
querelle teorica, difendendo quella scuola di pensiero contro
quell’altra, perché questo richiedeva la messa in scena del personaggio;
-
si è stati costretti a condividere delle emozioni
molto forti con un gruppo di pari, che prima non era neanche un
gruppo, ma solo una sommatoria di singoli: il coinvolgimento della
ricerca, il lavoro sul personaggio, la condivisione della paura
del pubblico, l’esaltazione dell’applauso hanno legato molto strettamente
(alcuni confessano: indissolubilmente) persone che prima si e no
che si salutavano (per inciso, è Durkheim che definisce la fondazione
dei gruppi sociali come una condivisione dello stato di coscienza);
-
infine, si è sperimentato direttamente che le strutture
organizzative (un gruppo teatrale lo è) non funzionano mai grazie
a sofisticate strategie manageriali, ma sempre e solo se esiste
nei membri motivazione, affiatamento, comunicazione e relazione.
Concludendo, almeno per ora, le mie riflessioni
sul primo anno (1999-2000) di sperimentazione con questo strumento,
ritengo che il Role Playing rappresenti un’opportunità
didattica interessante (adattabile ed applicabile praticamente a
tutte le discipline) perché permette il conseguimento di una pluralità
di obiettivi formativi, tecnico-disciplinari ma anche di sviluppo
della personalità, con l’impiego di risorse decisamente modeste.
Riferimenti bibliografici
J. A. Ahlkvist (1999), Music and cultural analysis in the classroom:
Introducing sociology through heavy metal, “Teaching Sociology”,
vol. 27, n. 2, pp. 126-147
M. Leiris (1988), La
possessione e i suoi aspetti teatrali, Ubulibri (or.: 1958)
F. Nietzsche (1972
e 1977), La nascita della tragedia, Adelphi (or.: 1876)
P. Stenberg, A. Garcìa
(1989), Sociodrama: Who’s in Your Shoes?, Praeger
V. Turner (1993), Antropologia
della performance, il Mulino (or.: 1986)
Su
internet:
www.flplaza.com/psychodrama/psychodrama.html
http://pages.nyu.edu/
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