Contributo al Forum

Enrica Tedeschi
Didattica innovativa: Ricerca di testi e apprendimento di gruppo con lo strumento del Role Playing
Il Role Playing nel ciclo di Sociologia a Roma TRE

INDICE
Introduzione
Lo Psicodramma
Il Sociodramma
Role Playing in Aula

Introduzione

Il pacchetto formativo di Sociologia (Generale, Politica e della Comunicazione) è stato concepito e strutturato da Maria Luisa Maniscalco e da me come un percorso modulare, caratterizzato da crescenti livelli di approfondimento e, soprattutto, da una metodologia articolata e integrata. Abbiamo pianificato diversi livelli di coinvolgimento e di ricerca degli studenti, che vanno dall’approccio generalista alla materia, fino alle ricerche individuali e ai gruppi di lavoro il cui obiettivo è produrre una performance sulla base del lavoro sui testi. Quest’ultima modalità didattica è un vero e proprio Role Playing, utilizzato in un contesto di innovazione didattica e di ricerca sui modelli di apprendimento più efficaci per la disciplina.

Abbiamo inserito il Role Playing come attività qualificante del corso di Sociologia della Comunicazione, tenendo conto delle sperimentazioni pregresse compiute con questa tecnica, ma adattandola alle specifiche problematiche della comunicazione umana. Il Role Playing sperimentabile nel corso di Sociologia della Comunicazione ha una funzione squisitamente comunicativa e non intende affrontare-risolvere problematiche psichiche né di ruoli sociali. Le funzioni principali che assegnamo a questo strumento, ai fini di un’adeguata assimilazione della materia, sono sostanzialmente due, ma altre funzioni molto importanti (secondarie solo relativamente alla disciplina) si sono imposte alla attenzione nostra e degli studenti.

Il primo compito del Role Playing è quello di “costringere” gli studenti ad una forma di apprendimento assolutamente nuova, mai sperimentata, e per la quale non forniamo istruzioni. Non le forniamo perché non le abbiamo: ogni gruppo di attori-registi impegnato nel Role Playing sviluppa una propria attrezzatura di tecniche e metodologie di lavoro che è assolutamente autonoma e originale, e che scaturisce dal singolarissimo incontro di quelle persone, con le qualità e le abilità che portano nel gruppo. La diversità dell’apprendimento, naturalmente, sta nel fatto che i testi scientifici su cui bisogna lavorare (testi d’esame, più altri testi emersi dalla ricerca sul tema prescelto) vanno studiati non per essere ripetuti al professore, ma per essere tradotti in una sceneggiatura che sia coinvolgente e che possa essere apprezzata, oltre che dal professore, anche dai colleghi di corso.

Il secondo obiettivo del Role Playing è quello di mettere lo studente nella necessità di dar fondo alle proprie riserve di creatività.  La performance richiesta, infatti, lo obbliga a inventarsi una forma di comunicazione che, salvaguardando la scientificità dei testi, agganci il pubblico e agevoli il trasferimento dei contenuti scientifici agli altri studenti del corso, che hanno letto altri libri e fatto ricerca su altri temi. Impresa certamente non facile, che viene accolta con entusiasmo da studenti di terzo, quarto anno, abbastanza esperti ormai di “comunicazione accademica” e desiderosi di sperimentare nuove metodologie. Nuove modalità di apprendimento ed esplorazione di nuovi canali comunicativi sono i risultati di questa tecnica, perfettamente in linea con i criteri più avanzati dell’insegnamento della Sociologia (Ahlkvist, 1999). Per sottolineare, tra l’altro, il legame dell’esperienza con il mondo mediatico, simuliamo il set cinematografico o lo studio televisivo filmando, per ora con strumentazioni casalinghe, tutte le performances.

I benefici del metodo, come accennavo, superano di gran lunga questi rispettabilissimi risultati (che, di per sé, basterebbero a giustificarlo): fedeli alle loro origini catartiche, la drammaturgia e la messa in scena pongono in essere molte interessanti alchimie, alcune percepibili chiaramente con l’osservazione sociologica, altre ancora da esplorare sistematicamente.

Le riflessioni che seguono sono il frutto del dibattito sul Role Playing svolto in aula dopo le rappresentazioni del maggio 2000.

Lo studente frequentante è di solito un utente atomizzato della struttura formativa, il quale siede in un’aula accanto a colleghi dei quali, per lo più, sa a mala pena il nome. Raramente si distingue nel gruppo una coppia (non di tipo sentimentale, ma del tipo compagni-di-scuola-che-si-ritrovano-all’università), assai più raramente si formano coppie o triadi di amici. Sociabilità zero. Comunicazione meno di zero.

Il Role Playing scardina questi comportamenti consolidati, operando un vero e proprio coup de thêatre nel quieto svolgersi delle lezioni in aula: lo studente atomizzato si ritrova improvvisamente inserito in un team che, sotto la pressione dell’esame e dell’esonero, deve produrre in tempi relativamente brevi un prodotto, che sarà valutato dal professore (si presume, con criteri consueti) e dai colleghi di corso con criteri a tutti ignoti, ma assimilabili a quelli del pubblico teatrale. Orrore e spavento. Si crea una situazione critica, ma condivisa perché c’è un superostacolo da superare e bisogna mettercela tutta per uscirne vincenti: ragazzi coraggio, tiramioci su le maniche e spariamo fuori il meglio di noi! E’ lo spirito del team, della squadra vincente.

A performance avvenuta, quando ci si è scoperti brillanti (benché artigianali e improvvisati) sceneggiatori, attori, registi, suggeritori, musicisti, trovarobe, ballerini, scenografi, costumisti e quant’altro, la soddisfazione che gli studenti provano è fatta di molte consapevolezze, che contemporaneamente si fanno spazio nella coscienza:

-         si è sperimentata la forza del gruppo: ora si sa, con la certezza che dà il vissuto, che un gruppo è qualcosa di molto potente, quando ha un obiettivo e le risorse per realizzarlo;

-         ci si è sentiti protagonisti, attori attivi di una scena in cui spesso ci si sente passivi, incastrati in routines, in meccanismi estranei: le persone, quando si percepiscono soggetti e non oggetti, danno il meglio di sé;

-         si è compreso che i libri sono una cosa importante (all’università, praticamente la cosa più importante) ma che l’esperienza diretta lascia tracce indelebili, incancellabili: quel libro fra due anni l’avrò scordato, ma il personaggio che ho fatto vivere dentro di me non lo dimenticherò mai;

-         si è sperimentata la forza dell’ermeneutica, perché sul testo d’esame (che di solito non si discute e la cui validità è data per scontata) si è dovuto fare un lavoro d’interpretazione e di traduzione: è stato fatto proprio e ci si è anche tuffati nella querelle teorica, difendendo quella scuola di pensiero contro quell’altra, perché questo richiedeva la messa in scena del personaggio;

-         si è stati costretti a condividere delle emozioni molto forti con un gruppo di pari, che prima non era neanche un gruppo, ma solo una sommatoria di singoli: il coinvolgimento della ricerca, il lavoro sul personaggio, la condivisione della paura del pubblico, l’esaltazione dell’applauso hanno legato molto strettamente (alcuni confessano: indissolubilmente) persone che prima si e no che si salutavano (per inciso, è Durkheim che definisce la fondazione dei gruppi sociali come una condivisione dello stato di coscienza);

-         infine, si è sperimentato direttamente che le strutture organizzative (un gruppo teatrale lo è) non funzionano mai grazie a sofisticate strategie manageriali, ma sempre e solo se esiste nei membri motivazione, affiatamento, comunicazione e relazione.

Concludendo, almeno per ora, le mie riflessioni sul primo anno (1999-2000) di sperimentazione con questo strumento, ritengo che il Role Playing rappresenti un’opportunità didattica interessante (adattabile ed applicabile praticamente a tutte le discipline) perché permette il conseguimento di una pluralità di obiettivi formativi, tecnico-disciplinari ma anche di sviluppo della personalità, con l’impiego di risorse decisamente modeste.

Riferimenti bibliografici

J. A. Ahlkvist (1999), Music and cultural analysis in the classroom: Introducing sociology through heavy metal, “Teaching Sociology”, vol. 27, n. 2, pp. 126-147

M. Leiris (1988), La possessione e i suoi aspetti teatrali, Ubulibri (or.: 1958)

F. Nietzsche (1972 e 1977), La nascita della tragedia, Adelphi (or.: 1876)

P. Stenberg, A. Garcìa (1989), Sociodrama: Who’s in Your Shoes?, Praeger

V. Turner (1993), Antropologia della performance, il Mulino (or.: 1986)

Su internet:

www.flplaza.com/psychodrama/psychodrama.html

http://pages.nyu.edu/


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