di ROBERT REICH
ERO entusiasta dell'incarico di ministro del lavoro nel Gabinetto di Bill Clinton, tanto che dopo quattro anni, proprio quando Clinton stava per essere rieletto per un secondo mandato, mi ritrovai molto spesso a lavorare 16 o 17 ore al giorno, fine settimana inclusi. Era sì un lavoro che amavo, ma mi stava allontanando da altre cose che amavo ancor di più. Mi resi conto che vedevo poco e niente mia moglie e i bambini e sapevo che avrei dovuto lasciare il Gabinetto. Bill Clinton conquistò effettivamente un altro mandato e di lì a poco annunciai il mio ritiro. Fui subissato di lettere e e-mail da tutto il paese. Alcuni apprezzavano la mia scelta, prima la famiglia, ma molti non erano così teneri: evidentemente, avevo toccato un nervo scoperto.
Sembra emergere una crescente preoccupazione circa la direzione presa dal capitalismo americano. E' un dibattito che interessa anche l'Europa, dove la politica guarda spesso al capitalismo americano come ad un modello. In alcuni ambienti è diventato quasi un mantra: il capitalismo americano offre un mercato del lavoro più flessibile, più flessibili mercati dei capitali, una maggiore flessibilità in generale, risultando di conseguenza non solo più efficiente, ma anche più dinamico. Ci sono però altre voci in Europa, meno convinte che il sistema capitalistico americano sia davvero la risposta.
La riluttanza a seguire questo modello è collegata ai
timori che molti americani avvertono circa il futuro dei loro posti di lavoro
e delle loro retribuzioni.
Queste ansie derivano da un paradosso centrale, collegato al bilancio
lavoro/vita: man mano che l'economia cresce e diventa più dinamica, ci
sarebbe da aspettarsi che la gente abbia più tempo libero, non che ne abbia
meno, e che sotto certi aspetti possa godersi di più la vita. Nel 1930 John
Maynard Keynes predisse che nel 2030 il cittadino britannico medio, grazie
agli aumenti della produttività dovuti al progresso tecnologico, avrebbe
lavorato 15 ore la settimana. Lo scorso anno negli Stati Uniti per garantire
un reddito medio ad una famiglia con prole ci sono volute sette settimane di
lavoro in più rispetto al 1990. Ora se si controlla il ciclo economico e si
torna indietro fino al 1988 o al 1987, emerge chiaramente che si è registrato
un costante aumento strutturale del numero di ore lavorate negli Stati Uniti,
e che il numero di ore non ha quasi nessun legame con la posizione occupata
nello spettro economico. Ironicamente quanto più si sale sulla scala del
reddito, tanto più è probabile che le ore di lavoro aumentino, piuttosto che
diminuire. I professionisti lavorano normalmente 55 o 60 ore la settimana. E
non si tratta solo del numero di ore, va considerato anche il livello di
stress.
Come si spiega un paradosso simile? Io ho individuato tre ragioni, tra loro
collegate e al di là di esse si pone ovviamente la questione del capitalismo
americano in sé: un capitalismo straordinariamente dinamico e nello stesso
tempo un fallimento sotto altri aspetti. Fino a che punto successi e
fallimenti rappresentano le due facce di una stessa medaglia?
Venti o trent'anni fa guardando all'economia americana si poteva ancora
trovare il cosiddetto il "posto fisso", un lavoro cui era collegata
una certa prevedibilità in termini di retribuzione e avanzamento di carriera.
Oggi i rapporti di lavoro sono sempre meno prevedibili. La concorrenza è più
intensa, tanto che i dipendenti sono costretti a farsi carico di una quota
sempre maggiore del rischio dell'incertezza e della instabilità economica.
Non si trova più il posto fisso ma sempre più lavori basati su schemi di
compensazione variabili, che si tratti di provvigioni, premi produzione o
stock option. Si discute molto sulla percentuale di forza lavoro contingente
negli Stati uniti, intendendo lavoratori assunti per un progetto specifico.
Questi lavoratori contingenti rappresentano però solo una piccola fetta di un
sistema di retribuzione contingente in cui il salario varia notevolmente in
rapporto alla prestazione. Se l'economia diventa sempre più instabile,
altrettanto fanno retribuzione, compensazione e benefici.
I benefici fanno altrettanto parte dell'equazione. Eravamo abituati ad un
sistema in cui i benefici, quelli pensionistici ad esempio, erano ben
definiti. Sapevi che dopo aver lavorato un certo numero di anni avresti
ottenuto una pensione di un certo importo. Oggi una parte sempre più cospicua
della contribuzione è a carico del lavoratore. I datori di lavoro fuggono i
costi fissi. Persino chi ha un impiego full time non può essere sicuro della
retribuzione che riceverà in futuro. Così i lavoratori sono obbligati a
battere il ferro finché è caldo, cioè a darsi da fare quando c'è lavoro,
perché può essere che il mese o l'anno successivo i loro servizi non siano
più richiesti. Sono così sempre di più i lavoratori ad ore la cui
retribuzione dipende dagli straordinari, i professionisti che fanno
affidamento sull'inserimento in un progetto, su provvigioni o rimborsi. Uno
dei motivi per cui la gente aumenta l'orario di lavoro è che non sa se ci sarà
lavoro in futuro, è quindi costretta a lavorare adesso.
In secondo luogo, per molti professionisti la carriera
ha solo due binari, uno veloce e uno lento. Scegliere il binario veloce
significa lavorare 55 o 60 ore la settimana e anche più, avere opportunità
di promozione, tenere il ritmo con la clientela e con le nuove tecnologie. I
rampanti devono sgomitare, essere pronti ad adeguarsi agli ultimi ritrovati
tecnologici, dare il massimo per corteggiare e soddisfare la clientela. Se si
vuole restare sul binario veloce bisogna impegnarsi allo spasimo.
Scegliere il binario lento significa non ottenere promozioni, non essere
stimato in grado di tenere il passo con le tecnologie e con i clienti, avere
una posizione inferiore all'interno dell'organizzazione. Ecco il dilemma:
scegliere tra questi due binari, non ci sono vie di mezzo.
Infine, strettamente collegata ai primi due principi
della new economy c'è una crescente ineguaglianza, di reddito e di ricchezza.
La spiegazione più semplice ce la dà ancora una volta la new economy. Se è
vero che l'innovazione oggi è la chiave per poter essere concorrenziali,
allora i datori di lavoro saranno disposti a pagare profumatamente chi produce
molte idee, è abile a corteggiare la clientela e a tenere il passo con le
esigenze di quest'ultima e con la tecnologia. Questo tipo di persone hanno
assunto enorme valore e i datori di lavoro sono pronti a retribuirle sempre
meglio. Di converso, la concorrenza costringe i datori di lavoro a ridurre le
retribuzioni dei lavoratori ordinari perché oggi questo tipo di lavoratori
deve competere con computer e programmi e con altri lavoratori in tutto il
mondo che sono in grado di essere quasi altrettanto produttivi per salari più
bassi.
Ma che cosa significa tutto questo in termini di tempo e di fatica? Secondo
uno studio di Richard Freeman, quanto più si allarga il divario dei redditi,
tanto più aumenta il numero delle ore di lavoro. Questo accade perché quando
il divario è vasto, quelli che sono in fondo o quasi devono lavorare di più
per riavvicinare gli estremi, e quelli che sono in cima o quasi, rischiano di
pagare un alto costo in termini di opportunità se scelgono di non lavorare
sodo.
Se la mole di lavoro e l'ansia associata al lavoro rappresenta, come sostengo, il rovescio della medaglia (essendo la medaglia il dinamismo economico), allora c'è da chiedersi se esista un qualche modo di ottenere il massimo del dinamismo minimizzando contemporaneamente i costi sociali e personali. Circa 120 anni fa, un interrogativo simile venne sollevato in relazione alla nuova industrializzazione. Il dibattito si incentrò sulla possibilità o meno di godere dei benefici di questo nuovo ordine industriale temperandone però le ingiustizie e riducendone gli eccessi. Da tutto quel fermento, nella prima decade del ventesimo secolo, derivarono le norme che fissavano la settimana lavorativa di 40 ore e i tetti allo straordinario, le leggi contro il lavoro minorile e quelle per la sicurezza sociale e l'assicurazione contro la disoccupazione. Questo insieme di leggi avrà anche reso l'ordine industriale un po' meno efficiente e rallentato forse un po' la crescita, ma i vantaggi per la società sono stati senz'altro prevalenti ed ha inoltre contribuito a ridurre i rischi di una reazione violenta contro l'industrializzazione. Credo che ci troviamo ora allo stesso punto relativamente alla cosiddetta new economy. Incertezza e imprevedibilità sono in aumento e, a meno che non adottiamo misure cuscinetto per proteggere le persone dai capricci, dalle incertezze, dall'instabilità della new economy, siamo destinati ad assistere a reazioni sempre più negative e all'eventualità crescente di una risposta violenta contro la liberalizzazione finora raggiunta.
l'autore è stato
ministro del lavoro del governo Clinton
(traduzione di Emilia Benghi) Copyright Policy Network
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